Aquilante

Grazie a Dio sono Italiano!

La scuola pubblica gratuita è un miraggio.

Il nostro è un Paese dove ci sono molti pregiudizi verso le iniziative private soprattutto se esse riguardano “settori” come la scuola e la sanità. A lungo si è dibattuto e si dibatte sulla “equità” di un sistema di assicurazione sanitario privato (anche se in Italia la maggior parte della gente sembra convinta che la strada migliore sia il pubblico, salvo poi scoprire che il numero dei degenti delle strutture sanitarie private è sempre più in aumento nell’ultimo decennio). Ma quello che secondo l’immaginario collettivo italiano deve per forza essere pubblica è la scuola. 

Ci sono due ragioni che porterebbero a spiegare tale convinzione: la scuola pubblica è a “costo quasi zero” per le famiglie e i livelli di istruzione sono “garantiti” dallo stato. Ma ci sono almeno due cose che non quadrano in questo ragionamento. Primo: la scuola pubblica non è affatto a costo zero, per il semplice fatto che lo stato per mantenerne strutture e personale scolastici deve tassare qualcuno e quel qualcuno siamo noi contribuenti. Si pensa sul serio che una scuola possa finanziarsi solo con la misera tassa pagata al momento dell’iscrizione? Certo che no! Lo stato ha bisogno di molte più risorse per tenere in piedi il cosiddetto apparato scolastico e queste gli vengono dalla miriade di imposte e tasse di vario genere che sono propinate agli italiani. La scuola pubblica a “costo quasi zero” è un miraggio, una favola che non esiste.

Secondo: in base a quale ragionamento si è portati a pensare che lo stato possa garantire un certo livello di istruzione, mentre il privato no? Proviamo a ragionare! A mio modo di vedere lo stato ha molti meno incentivi di un privato nel fornire un sevizio qualitativamente valido. Se la scuola è obbligatoria un genitore deve mandare suo figlio a scuola. Egli a quel punto dovrebbe avere la possibilità di scegliere tra diverse alternative, come dovrebbe avvenire per qualunque altro servizio erogato dallo stato o da privati. Questo non avviene per la scuola che, anche se privata, deve “formare” secondo i dettami statali: stesse materie, stesse ore di lezioni, stesse regole… I cosiddetti istituti parificati, infatti, devono elargire la stessa, fatta eccezione per qualche piccolo margine di autonomia concessa a livello regionale e ai singoli istituti nelle persone dei dirigenti scolastici (anche se tale pur piccola autonomia è concessa più sul lato tecnico - organizzativo che sul piano della formazione) offerta formativa di un istituto pubblico, con la conseguenza che cade l’incentivo del privato a lavorare per offrire un servizio diverso e migliore rispetto a  quello offerto dai suoi concorrenti. La regola è semplice ma di una efficacia stupefacente. Il privato – imprenditore, in un mercato libero, ha una sola strada per sopravvivere alla concorrenza degli atri operatori: distinguersi da essi per offrire un servizio che lo renda “unico” agli occhi del consumatore, della fascia di consumatori a cui si rivolge. Se a decidere cosa elargire ai consumatori è lo stato, l’imprenditore vede enormemente ridotto il proprio margine di manovra con la conseguenza che a decidere che tipo di prodotto (diplomato, laureato…) è richiesto sul mercato non sia il mercato stesso ma lo stato. È come se si andasse in un negozio per comprare un vestito taglia 48, si scoprisse che il negoziante vende solo taglie 40 e che anche gli altri negozianti sono obbligati a vendere solo taglie 40.

Tutto ciò fa da terreno fertile alle disfunzioni croniche del settore pubblico e conduce alla situazione attuale: una scuola enormemente fatiscente sul lato organizzativo, ma soprattutto sul lato formativo (ci sarebbe piaciuto fornire qualche dato, ma purtroppo quelli che ci interessavano non è dato divulgarli). A tal proposito vale la pena di citare la questione sollevata dal prof. Guido Tabellini, in un editoriale del Sole24Ore, dei primi di settembre. Tabellini lamentava la scarsa qualità del nostro sistema scolastico e il fatto che non vi sia, nel nostro Paese, un metodo oggettivo (una “graduatoria”, una “guida” Michelin per l’istruzione, così la chiama Tabellini nel suo editoriale) per valutare quanto sia valida la scuola presso cui ci si appresta ad iscrivere il proprio figlio (il discorso è estendibile alle università). Speriamo che qualcuno risponda alle critiche e accolga i rilievi del prof. Tabellini.   

Ottobre 4, 2006 Pubblicato da tommasoaquilante | liberismo, scuola | | 2 Commenti

A piangere non sono i ricchi, ma chi FATICA per diventarlo.

Non c’è dubbio sul fatto che l’ultima finanziaria sia stata una roba da “lacrime e sangue”, soprattutto per il ceto medio (sul tema potete vedere Gianmario). Certamente le critiche che si possono fare a questa legge sono tante, ma io vorrei concentrarmi su un aspetto in particolare. Mentre ieri ascoltavo Radio Alzo Zero, viene segnalato agli ascoltatori il blog l’orizzonte degli eventi, sul quale era presente un post che, non volendo, risuonava come un tentativo di “risposta” a quanto avevo detto pochi minuti prima intervenendo nella trasmissione Parola di Blogger. Il succo era: la finanziaria non colpisce il ceto medio, anzi lo aiuta, attraverso un meccanismo di redistribuzione . La convinzione nasceva da questo grafico:

Esso sembrerebbe chiaramente indicare che la distribuzione del reddito nel nostro Paese è abbastanza “irregolare”. Ebbene: colpisce veramente che si possa essere così ingenui da prendere come assolutamente affidabile una così semplice elaborazione “statistica”, senza approfondire la metodologia con la quale essa è stata ottenuta e soprattutto la capacità che questa ha di fotografare, di catturare la realtà. Mi spiego: secondo il grafico sopra riportato il 91,1 % dei contribuenti italiani percepirebbero un reddito annuo inferiore ai 40.000 euro, mentre la restante parte (solo l’8,90 %) percepirebbe un reddito superiore ai 40.000 euro. Ergo, la manovra aiuterebbe i ceti più bassi. Il tono semplicistico di una tale affermazione dovrebbe essere evidente a tutti. In Italia, infatti, secondo le stime l’Agenzia delle Entrare, nel 2005 l’evasione fiscale è stata di 200 miliardi di euro l’anno, equivalente a un minor gettito per l’erario di 80-100 miliardi di euro, pari circa al 6-7 per cento del Pil. Insomma l’importo basterebbe da solo a coprire tre finanziarie prodiane. Ciò vuol dire che basare le scelte di imposizione fiscale sulla base di quanto dichiarato dai contribuenti è semplicemente una stupidità. E si badi bene che non si tratta di “noccioline” come si cercava di far notare nel post di l’orizzonte degli eventi, dove si dice: “… potrebbe essere che non tutti sono sinceri quando dichiarano i loro redditi e quindi in realtà i veri benestanti sono di più…”. Non è che “potrebbe essere”, ma è così. E a supporto di ciò ci sono tonnellate di serie storiche di dati, a differenza di quanto invece si può dire della famigerata redistribuzione di cui attendiamo ancora riscontro empirico (a tal proposito può essere interessante leggere un mio post sul tema). Insomma sarebbe come dire che non esiste il lavoro nero o, alternativamente, che, visto che le statistiche ufficiali non possono rilevarlo, ma solo stimarlo, allora non ne teniamo conto nell’implementazione delle politiche per il lavoro. Tutto ciò mi sembra quantomeno inverosimile! Aggiungo che questa finanziaria non avvantaggia nessuno e danneggia i più. Non contrasta l’evasione ma la incentiva, visto che, essendo la pressione già molto alta, l’effetto di un accanimento fiscale è altra evasione. Evasione che si manifesterà non tanto nelle fasce di reddito basse o in quelle alte, a proprio nelle fasce medie che sono quelle che si trovano “a metà del guado”. Esse infatti guadagnano troppo per poter essere inseriti nel club dei meno abbienti e guadagnano troppo poco per poter essere indifferenti ad un aumento delle imposte. Il risultato? L’evasione! Luffer lo aveva già capito un po’ di tempo fa.

Ministro Padoa Schioppa, la vicinanza con i comunisti le fa male. Rimpiango il suo discorso fatto all’inaugurazione dello scorso anno accademico presso la nostra università (non abbiamo solo il nome in comune): dov’è finita l’invadenza dello stato da combattere? A piangere non sono i ricchi, ma coloro che lavorano duro per diventarlo e che, provvedimenti, come quello di questi giorni, sembrano invece volerli poveri. D’altronde in Italia, per ora, i sogni nono sono tassabili.

Ottobre 3, 2006 Pubblicato da tommasoaquilante | Evasione Fiscale, Finanziaria, Imposte, Redistribuzione, Tasse | | 21 Commenti

Difendiamoci!

Oscurando l’ Idomeneo, oscuriamo la nostra civiltà! Scusali Mozart!

Antonio Saccoccio sul tema  

“Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com’io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ‘l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi, e con le man s’aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!

vedi come storpiato è Maometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così.”

Inferno, canto XXVIII, vv. 22-36

Settembre 27, 2006 Pubblicato da tommasoaquilante | Dante, Islam | | 2 Commenti

Nasce AzioneNews.com!

Nasce AzioneNews.com

un’idea del Dirigente Nazionale di AU Luigi Di Gennaro (anche in versione cartacea). Insomma : "quando le idee diventano azione…"

 Mariniè, ma io e te non dovevamo fare un giornale 2 anni fa? Che lenti che siamo!

Settembre 27, 2006 Pubblicato da tommasoaquilante | Uncategorized | | Nessun Commento

Neokeynesiani e monetaristi: hanno vinto i secondi.

Avrei voluto mettere grafici e formule ma splinder non permette di fare ciò agevolmente. Buona lettura lo stesso.

Il monetarismo ha rappresentato una scuola di pensiero radicalmente opposta, sia nelle ipotesi che nelle tesi, alle teorie neokyenesiane. Le tesi monetariste irrompono nel dibattito accademico in un momento in cui il teorema dominante era quello keynesiano ed è con molto coraggio, e con un rigore scientifico che ancora oggi è prerogativa della scuola di Chicago, che, non solo Friedman, ma anche altri suoi colleghi, pongono al centro della discussione accademica l’importanza del ruolo della moneta nel sistema economico legata ad una diversa concezione del reddito.

 

Nell’ offensiva mossa dai monetaristi alle tesi di quella che viene anche chiamata New Economics si possono identificare diverse fasi che hanno riguardato la confutazione sia del lato della domanda che di quello dell’offerta aggregata. 

 

La teoria monetarista è strettamente legata alla Teoria quantitativa della moneta, utilizzata da Friedman per ribaltare le prescrizioni di politica economica dei neokeynesiani. Le critiche di Friedman sono rivolte in particolar modo alla Teoria Generale e all’uso che di questa è stato fatto da parte  di Hicks e Modigliani. Egli postula che le conclusioni di Keynes sull’ esistenza teorica di un equilibrio di sottoccupazione sono infondate. Se i prezzi sono perfettamente flessibili non può persistere un equilibrio di sottoccupazione: shock della AD possono provocare temporanei allontanamenti dal reddito di equilibrio, ma i meccanismi automatici riequilibratori evidenziati dalla teoria neoclassica sono in grado di eliminare occasionali squilibri. Tali meccanismi non solo esistono, ma sono anche potenti e rapidi. Qualora ci si trovi in un temporaneo equilibrio keynesiano in cui il livello di reddito è inferiore al livello del reddito di equilibrio, secondo le tesi monetariste sul mercato del lavoro i salari e quindi i prezzi si riducono: la domanda aggregata aumenta, le imprese aumentano la produzione; quindi  P e W (price, wages) diminuiscono fino a raggiungere di nuovo il reddito di equilibrio. In pratica un abbassamento dei prezzi provoca due effetti: aumenta l’offerta reale di moneta e quindi la LM si sposta verso destra; i saldi di cassa reali   aumentano e la IS si sposta verso destra (real balance effect).

 

Il real balance effect elimina il rischio della cosiddetta trappola della liquidità, situazione in cui la LM risulta essere completamente piatta Dall’analisi macroeconomica dei monetaristi sembra evidente  che non esistono difetti fondamentali nel sistema di libero mercato, tali da generare una disoccupazione persistente in una situazione in cui prezzi e salari sono pienamente flessibili: perfetta sintonia con l’equilibrio generale di Walras. Cioè: ogni modello macroeconomico è un sottoinsieme del più completo modello di equilibrio generale e non può mai essere in contraddizione con esso. Non solo nel sistema di libero mercato esiste una mano invisibile in grado di conciliare le decisioni decentralizzate dei singoli agenti, ma essa opera ininterrottamente. Fin qui critiche ma anche la condivisione da parte dei “due schieramenti” del modello IS-LM.

 

La contrapposizione più netta tra neokeynesiani e “chicaghiani” è quella sul ruolo della moneta. Secondo Friedman la moneta ha una “propria autonomia” ed è uno dei tanti modi attraverso cui gli agenti possono detenere ricchezza. Essi decidono, nello stesso momento, come allocare il proprio reddito tra consumo e risparmio e come investire la propria ricchezza. Visione completamente opposta da è quella di Keynes secondo il quale gli individui prima definirebbero quanto consumare e quanto risparmiare e poi sceglierebbero come allocare il risparmio tra moneta e titoli.

Le ipotesi monetariste conducono ad ipotizzare una bassa elasticità della domanda di liquidità e, quindi, ad una LM rigida. Si ritiene, inoltre, che gli investimenti siano sensibili al tasso di interesse: una piccola riduzione del tasso di interesse condurrà ad un ampio aumento degli investimenti, a motivo del fatto che le imprese sostituiscono lavoro con capitale. Si rafforza così la principale assunzione monetarista sull’efficienza di un sistema di libero mercato: gli stimoli di prezzo sono efficaci perché la domanda di ogni bene è elastica al suo prezzo. Ancora: secondo i monetaristi il consumo dipende dal reddito permanente, costituito dal valore attuale, al tasso di interesse corrente, di tutti i flussi di reddito previsti in futuro (non da quello corrente come invece postulano i keynesiani).

 

Per come è definito il reddito permanente, il tasso di interesse finisce per influenzare anche le decisioni di consumo: le ipotesi originarie sull’inclinazione della IS cadono. Non è poco! Questo ha effetti molto rilevanti per la politica economica. Cerco di sintetizzarle.

 

“Il sistema di mercato possiede meccanismi riequilibratori automatici forti e potenti che operano rapidamente in direzione stabilizzante. Inoltre il funzionamento effettivo del sistema non è noto con certezza nel breve periodo. Esistono infine ritardi di conoscenza e di operazione della politica monetaria, lunghi e variabili, che impediscono di fatto una sua concreta e corretta utilizzazione per scopi di controllo delle fluttuazioni della AD. Le autorità di governo, per fare ciò che i keynesiani consigliano dovrebbero possedere informazioni che invece non hanno, con la conseguenza che una politica monetaria, disegnata in funzione anticiclica, finisca per agire ex post in maniera prociclica, cominciando a operare nella fase in cui il sistema ha già reagito autonomamente agli shock esogeni e si sta riportando rapidamente all’equilibrio naturale. Friedman conclude pertanto che la causa primaria dell’instabilità deve essere ricercata nel comportamento del settore pubblico rispetto alla creazione di moneta”.

Quindi per i monetaristi  “non c’è necessità di stabilizzare l’economia, non è possibile farlo e quindi non si deve farlo”, perché con l’uso delle politiche di stabilizzazione sarebbe più probabile aumentare invece che diminuire l’instabilità.

 

In seguito alle tesi di Friedman sorse un ampio dibattito sul comportamento ottimale delle autorità di governo nei confronti della politica economica, focalizzato intorno al tema dell’opportunità di adottare regole precise o di seguire criteri di discrezionalità, ancora oggi in atto. Un dibattito che ha interessato grandissimi economisti, con diverse posizioni accademiche, che ha portato ad una corposa letteratura sul tema.

Il dibattito fu teorico ed empirico. Specialmente due temi furono oggetto di approfondite analisi econometriche: la velocità di circolazione della moneta e  l’elasticità della domanda di liquidità rispetto al tasso d’interesse.

 

Verso la metà degli anni ’60 il dibattito arrivò ad una sorta di accordo caratterizzato dall’accettazione, da parte di entrambe le scuole, di un “modello di consenso” in cui le curve IS-LM hanno una inclinazione intermedia e tanto l’offerta di moneta quanto la spesa pubblica costituiscono strumenti di politica economica utilizzabili dalle autorità. Tale modello di consenso IS-LM (che rappresenta il lato della AD) veniva eventualmente integrato da una curva di Phillips (lato della AS) per indicare come shock di vario tipo influenzavano la AD e la AS. Rimanevano tuttavia, tra le due scuole, divergenze di carattere prevalentemente empirico.

 

Poi si apre un’altra “fase” che vede gli importanti contributi di Andersen e Jordan (sui moltiplicatori) che sembravano avvalorare le tesi di Friedman e compagni. Poi è la volta di Blinder e Solow (sulla politica fiscale e monetaria).

 

Ma i contributi decisivi per la confutazione dei dettami keynesiani furono dati, oltre che da Friedman, da Kuznets. Investigazioni empiriche, ma soprattutto lo scorrere degli anni danno ragione a Friedman. Grazie a lui c’è un’altra concezione di reddito, dell’utilizzo che si fa di esso e della moneta. Vi è ormai un consenso più che generale nel ritenere che l’ipotesi keynesiana del rischio di stallo dovuta alla domanda calante, sia del tutto errata.

 

Grazie Milton!

Settembre 24, 2006 Pubblicato da tommasoaquilante | Uncategorized | | 5 Commenti

Prodi mi fai vergognare!

Ricordate lo scandalo che provocò il famigerato "allow me" invece di "let me" pronunciato da Berlusconi davanti al Congresso americano? Ebbene era un errore, ma simpatico!

Grazie a IL GIULIVO ho potuto ascoltare, invece, l’intervista che Prodi ha rilasciato ad una giornalista americana. SCANDALOSO: mille sospiri, la grammatica che va a quel Paese, la pronuncia degna di un 3 al quarto anno di liceo and so on…

Ragazzi se lui è diventato presidente della Commissione Europea, allora a questo mondo c’è posto veramente per tutti!

Settembre 23, 2006 Pubblicato da tommasoaquilante | Uncategorized | | Nessun Commento

Keynes, il reddito e il consumo!

Il post è per Giacomino!

Faccio una piccola premessa. Qualche tempo fa qualcuno mi tacciò ti essere keynesiano per il semplice fatto di aver messo una sua frase su questo blog. Frase che non riguardava le sue teorie ma era semplicemente una riflessione che a me era piaciuta. A scanzo di equivoci dico subito che non sono un liberale doc, né un liberista doc, alla Friedman per intenderci. Mi reputo un new - conservatore!

E come dice Barry Goldwater: “Il Conservatorismo non è una teoria economica, sebbene consideri anche i problemi economici. Il Socialismo subordina tutte la altre considerazioni al benessere materiale dell’uomo, mentre il Conservatorismo mette le cose materiali al loro posto giusto, ed ha una visione organica dell’essere umano e della società umana nella quale l’economia politica ha una parte appena sussidiaria”.  

Certo l’ultima parte di questa frase è discutibile visto che il concetto di economia politica è ormai superato, ma essa rende l’idea del fatto che ci sono alcuni principi di fronte ai quali qualunque altra cosa va messa in secondo piano.

 

Ma passiamo alla teoria keynesiana ed ai suoi principali “messaggi”. Premesso che in Italia siamo molto indietro, a livello accademico, sul tema (nel senso che la maggior parte dei docenti sembra essere rimasto, se tutto va bene, negli anni settanta). Premesso che nella maggior parte degli atenei i corsi di macroeconomia, almeno quelli base, sono ancora zeppi di teorie keynesiane, ampiamente confutate dalla storia. Premesso che ritengo alcune teorie keynesiane, delle semplici considerazioni personali prive di fondamento epistemologico e scientifico. Fatte le premesse veniamo al punto. Keynes è il “teorico” della domanda globale. Egli è convinto che i consumatori non siano in grado di sostenere da soli la domanda aggregata,  ed è quindi necessario che lo stato intervenga per evitare lo stallo dell’economia, per evitare la stagnazione. Da dove deriva questa conclusione? In pratica egli ha zero fiducia nel mercato ed è convinto che la “smania” di risparmio finisca per far soccombere la volontà di consumare. Ecco detto: i pilastri dell’economia keynesiana sono  consumo e investimento. Per avere equilibrio tra domanda e offerta, in un contesto di equilibrio generale, è necessario, secondo lui, che a un certo livello di reddito si smetta di risparmiare per ricominciare a consumare in modo da evitare la recessione. Ovviamente, tale rischio diventa, sempre secondo lui, sempre più una certezza se si sta analizzando una economia sviluppata. Infatti, mentre un Paese povero potrebbe realizzare la piena occupazione (converge col “pensiero” di Alemanno su questo), un Paese ricco sarebbe condannato alla disoccupazione poiché non sarebbe in grado di investire il risparmio accumulato al suo livello di reddito. Insomma: più risparmio di quanto si consuma significa più disoccupazione. Da qui dovrebbe balzare agli occhi di tutti che se questo fosse vero il Giappone o l’Italia dovrebbero essere in recessione da 50 anni.  

L’errore fondamentale di Keynes sta nella generalizzazione delle condizioni che si ebbero nella crisi del ’29 che fu, in effetti, dovuta alla poca forza della domanda. Quello che non si capisce è il perché si debba pensare che tra investimenti e reddito debba esserci una sorta di relazione inversa: gli investimenti tenderebbero a diminuire quando il reddito aumenta. A me è sempre sembrato il contrario! Gli investimenti accrescono la capacità produttiva di un Paese, non la diminuiscono.

 

Essendo questo un post, non voglio ammorbare nessuno, mi fermo qui, ma sarei ben lieto se qualcuno volesse scendere in particolari più “tecnici”.

 

Vorrei chiudere dicendo che l’eredità più pesante delle teorie keynesiane non è solo il fatto che generazioni di economisti hanno creduto e credono in esse. L’eredità più disastrosa è quella di aver lasciato nell’immaginario collettivo, e soprattutto nella testa dei politici, che l’unico modo per evitare la recessione è fare deficit (notate l’assonanza con gli argomenti dei politici italiani?) di bilancio, in modo da ridurre l’eccesso di offerta. Ma c’è anche un’altra eredità lasciata da questo modo di pensare: la progressività delle imposte. Su questo si potrebbe fare un altro post e forse lo farò. Solo una domanda: se, in caso di domanda stagnante, si giustifica l’imposta progressiva, in caso di inflazione dovremmo giustificare l’imposta regressiva? Sarebbe un’idea! Pace all’anima sua!

Settembre 21, 2006 Pubblicato da tommasoaquilante | Uncategorized | | Nessun Commento

Oriana, sarà impossibile dimenticarti. Grazie!

È il 29 settembre 2001: sono in classe ad attendere il professore di matematica. Arriva e decide che non avrebbe spiegato la matematica quel giorno! Si sarebbe parlato di un articolo scritto da una signora di nome Oriana Fallaci. Il professore legge l’articolo, in classe si discute e ci si accapiglia. Un articolo duro ma di uno stile aggressivo quanto bello ed invidiabile. L’articolo è spettacolare, a quello ne seguiranno altri altrettanto avvincenti, coraggiosi.  Di lì a poco questi articoli diventano un libro. Un libro contro i nemici della nostra libertà, della nostra civiltà.

Allora avevo 17 anni e a stento sapevo chi fosse questa signora così arrabbiata dentro. Così compro “La rabbia e l’orgoglio” e lo leggo in tre ore! Un libro scritto per chi certe cose non le sa, che mette in ordine i pensieri di chi non accetta di veder soccombere la proprià civiltà per mano islamica, per svegliare le coscienze. Allora compro anche “Insciallah”: un altro libro fantastico. Poi è la volta di “Lettera a un bambino mai nato”! Insomma poi li leggo tutti tranne uno che ho deciso di leggere più in là, perché lo ritengo particolare, da leggere in un determinato momento della mia vita.

 

Oriana Fallaci non ha avuto una vita facile! In giro per il mondo, nei focolai di guerra più cruenti, dove c’era da raccontare lei c’era. In Grecia di fianco all’uomo che ha amato. In Vietnam, tra francesi, americani e Vietcong! E ancora la Palestina, Israele! Intervista Yasser Arafat, Golda Meier, Henry Kissinger…e tanti, tanti altri importantissimi personaggi. Personaggi che noi abbiamo studiato nei libri di scuola, che i nostri figli studieranno nei libri di scuola. Insomma una giornalista con la G maiuscola. Ma era anche una grande scrittrice che va lodata per l’amore che nutriva per il suo Paese. I suoi libri hanno scosso il mondo ( La rabbia e l’orgoglio è stato pubblicato in 47 lingue ed è alla dodicesima edizione e gli altri non sono da meno). Hanno fatto discutere, litigare, riflettere! Io li ho amati, li amo!

Il suo ultimo libro è stato “ l’Apocalisse”. In questo la Fallaci era combattuta, quasi sconfitta, sfiduciata dal perbenismo diffuso nel nostro Paese, dal filoarabismo di una certa sinistra (e anche di una certa destra). Oggi quel libro suona come un testamento: apriamo gli occhi, difendiamoci!

 

Oriana hai subito molti affronti nella tua vita, ma l’affronto più grande te lo ha fatto il tuo Paese non dandoti l’onorificenza di senatrice a vita. Ma io credo che tu abbia vinto lo stesso. Hai vinto per la gente, per i milioni di persone che hanno comprato i tuoi libri in mezzo mondo! Mi mancherai, te lo giuro, mi mancherai!

Settembre 15, 2006 Pubblicato da tommasoaquilante | Uncategorized | | 1 Commento

La nostra non è civililtà!

  Un grido per la civiltà!

Sono tempi questi i nostri di  furore e di sommosse..

sono tempi di riscosse ..di domande e di risposte..?!?!

Un pericolo sovrasta…. la sua MENTE guida i passi…

di chi incerto e ormai plagiato da un potere senza volto!

Il suo NOME  è sconosciuto…ma colpisce l’INDIFESO

e si macchia del suo sangue…senza lacrime o rimorsi…

Il suo NOME  è sconosciuto…ma è un male oscuro nero…

…NERO..!  E’ un seme di terrore…

è come un seme di TERRORE…

C’E'  UN BISOGNO DI CAMBIARE… LA  NOSTRA  NON  E’ CIVILTA’…

C’E'  UN BISOGNO DI CAMBIARE… LA NOSTRA NON E’ CIVILTA’…  

  Sono tempi di scommessa rivediamo i nostri passi…

sono tempi di cambiare e di lottare per noi stessi!

Il pericolo c’è accanto… e magari  è  anche AMICO

si nasconde in un SORRISO, ma è falsa MASCHERA che uccide!

Il suo agire contraddice…bada bene a quel che dice..

si nasconde in un SORRISO, ma è falsa MASCHERA che uccide!

Il suo agire contraddice…ma è un male oscuro nero.. …NERO..!

E’ un seme di terrore…   è come un seme di TERRORE

…è una canzone di Agnese Ginocchio…

http://www.agneseginocchio.it/

Settembre 11, 2006 Pubblicato da tommasoaquilante | Uncategorized | | Nessun Commento

PER NON DIMENTICARE!

Ricordiamo al mondo chi ha cominciato per primo!

In onore delle vittime dell’ 11 settembre 2001:

NON DIMENTICHIAMO!

Settembre 10, 2006 Pubblicato da tommasoaquilante | Uncategorized | | Nessun Commento